Il gergo dei magnin
Le frasi senza etichetta sono fatti documentati; le altre sono segnate «probabile» o «incerto».
Quando erano lontano da casa, i calderai della Val Soana parlavano fra loro una lingua che gli estranei non capivano. La descrizione più ampia fra le fonti lette è quella di Nigra, in appendice a uno studio sul dialetto della valle uscito nell'«Archivio glottologico italiano» del 1874-1878. Questa pagina riporta le parole come Nigra le scrive, con le sue traduzioni, e dice che cos'è un gergo di mestiere e perché i magnin ne avevano uno. Dove Nigra non spiega una parola, la pagina non la spiega. Le voci sono trascritte senza tutti i segni diacritici di Nigra.
Nigra e la Val Soana
Nel volume III dell'«Archivio glottologico italiano», del 1874-1878, Nigra pubblica la «Fonetica del dialetto di Val-Soana», con un'appendice intitolata «Il gergo dei Valsoanini». Comincia contando la gente. Il censimento del 31 dicembre 1871 dà 7582 abitanti nei comuni di parlata valsoanina: Ingria, Ronco, Valprato, Campiglia, Ribordone e Frassinetto. Ma il censimento si fece quando gli uomini erano emigrati: Nigra aggiunge poco meno di mille persone e arriva a circa 8.500.
Il conto mancato è già un pezzo di storia. Ogni anno, all'avvicinarsi dell'autunno, quasi tutti gli uomini validi lasciavano la valle; tornavano a primavera a fare i contadini e i pastori fino all'autunno seguente. Fuori valle, scrive Nigra, gli uomini della Val Soana esercitano «le arti del ramajo, dell'argentiere e del fonditore di metalli».
Nigra non raccolse le parole da solo. La maggior parte delle parole e delle forme gliele procurò a Ronco, dal 1861, Giuseppe Giovando. Prima di lui il gergo era già stato messo per iscritto: Biondelli, negli «Studj sulle lingue furbesche» (Milano 1846), aveva pubblicato la «Parabola del figliuol prodigo nel gergo dei calderaj di Valsoana».
Fonti: Nigra 1874, pp. 1, 2, 53, 60
Magnano, calderaio, magnin
Il nome del mestiere cambia con chi scrive. Nello stesso volume dell'«Archivio glottologico» Flechia nota che «magnano» nei dialetti dell'Italia superiore vuol dire «calderajo» e che in piemontese e in genovese si dice «magnino». Nigra parla di «ramajo», cioè di chi lavora il rame. Per Paviolo «magnin», nell'uso canavesano, è chiunque lavori il rame a mano, anche fonditori, addetti ai magli, battilastra e stagnai fissi; nell'uso più largo del Piemonte il magnin è l'itinerante. Il comunicato del Parco e Cima chiamano i calderai della valle «ruga», con la parola del loro gergo.
Fonti: Nigra 1874, pp. 2, 175 (postilla di Flechia); Paviolo, p. 56; Parco Nazionale Gran Paradiso 2024, p. 2; Cima 2025a, p. 83
Che cos'è un gergo di mestiere
In generale, un gergo è il modo di parlare di un gruppo chiuso: un mestiere, gli ambulanti, a volte la malavita. Non è una lingua intera. Usa la grammatica della lingua di tutti i giorni e cambia soprattutto le parole, in modo che chi non fa parte del gruppo non capisca. La tradizione italiana chiama «furbesco» il gergo dei vagabondi e dei mestieri girovaghi; il francese lo chiama «argot».
Nigra dice con chiarezza a che cosa serve il gergo dei Valsoanini. Quando sono fuori dai loro villaggi, parlano fra loro un gergo particolare, per non farsi capire dagli estranei. Il gergo si usa in presenza di estranei ed è in parte usato anche dagli abitanti dell'alta valle dell'Orco.
Nigra divide le parole in quattro gruppi: voci del dialetto alterate; voci del dialetto in senso figurato; voci comuni al furbesco, all'argot o ad altre lingue romanze; voci d'origine varia od oscura. Il gergo, quindi, prende dal dialetto della valle, prende da altri gerghi e conserva parole di cui non si conosce l'origine.
Studi più recenti aggiungono due cose che Nigra non dice. Il gergo è una lingua da uomini: le donne lo capiscono ma di norma non lo parlano. Esclude i «maret», gli estranei. Pasinato, citato da Cima, lo dice costruito sulle operazioni del rame.
Fonti: Nigra 1874, pp. 2, 53; Cima 2025a, p. 145; Paviolo, p. 86
Le parole del mestiere
Il gergo nomina prima di tutto il materiale e gli attrezzi. Le parole sono qui come Nigra le scrive, con le sue traduzioni fra virgolette basse.
- il rame: «rogi», «la rossa»;
- il paiolo: «bocart», «il tingente»;
- lo stagno: «corent»;
- il carbone: «nejro»;
- il soffietto: «bronca»; il mantice: «bronca-gro», «il soffia-grosso»;
- l'incudine: «bepi», «la beccuta»;
- il magnano: «ponci» oppure «tüjna»;
- il padrone: «broci» o «baudroc»; la padrona: «broci» o «baudroca»;
- il ragazzo, la ragazza: «tri, tria», alla lettera «minuto, minuta», oppure «armeri, armeria».
Per «ponci» Nigra propone un'origine: lo fa risalire a «puncta», «punctare». Per le altre parole di questo elenco le fonti lette non riportano spiegazioni di Nigra, oltre alla traduzione.
Le parole per «ragazzo» hanno un peso storico. I ragazzi lavoravano con i magnin: cominciavano a girare con un adulto a sette anni o anche meno, per gridare il richiamo e muovere il mantice. Nigra però non dice nulla del loro lavoro; ne parlano Paviolo e Cima. Il gergo conserva la parola, non la storia di chi la portava.
Fonti: Nigra 1874, pp. 57, 58, 60; Paviolo, p. 58; Cima 2025a, p. 143
Il mondo visto dal gergo
Il gergo non serve solo al lavoro. Ha parole anche per il cielo e per le città. Il sole è «lombart» e la luna «lombarda». Qui Nigra dà una spiegazione, con prudenza: il sole si dice forse lombardo perché la Lombardia è a oriente della Val Soana, cioè dalla parte dove il sole sorge.
Torino è «Murc», «il ricco»; Novara è «Neva», «la nuova». Torino e il Novarese erano fra le mete dei magnin di Pont. Perché proprio questi nomi, Nigra non lo spiega: le traduzioni sono sue, le ragioni le fonti lette non le danno.
Fonti: Nigra 1874, pp. 57, 58; Bussi 2026, p. 29
Dopo Nigra: Paviolo e le parole che cambiano
Più di un secolo dopo Nigra, Paviolo raccoglie un lessico per la Val Soana, Piantonetto e Vasario. Molte parole sono le stesse, scritte in un altro modo; altre sono nuove. Il padrone è «bròci» o «bodrac», il garzone «famàut» o «armèri», il mantice «bronca», il ragazzo «tri». Le parole nuove sono l'acqua, «luha» o «piòrni», il lavoro, «varcan», l'uomo, «gòri», la padella, «fòina», la pignatta, «bocerda», i soldi, «berne», il paese, «palio». Gli itineranti viaggiavano di norma in coppia: il padrone, «lo bròci», e il ragazzo, «lo famàut» o «lo tri». Il ventilatore della forgia è «lo bronca». In una foto del 1919 un ragazzo di 12 anni attiva il fuoco, «ruff», della forgia, «forgi», con il mantice, che qui si scrive «brunca».
Paviolo propone anche un'origine per «ruga»: potrebbe venire dal valsoanino «la ruge», la rossa, cioè il rame. In piemontese la ruga è un'erba aromatica e nell'argot della malavita torinese vuol dire «ruffiano»; secondo Ciravegna (1957) «il ruga» è il calderaio-stagnino e «la ruga» il suo gergo. Accanto c'è il «rogi», «la rossa», di Nigra: le fonti lette non dicono se le due parole siano la stessa.
Il gergo serviva anche nel lavoro di ogni giorno. Lo stagno era una lega con il piombo; chi alzava la quota di piombo per risparmiare lo chiamava nel gergo «giacu», perché il cliente non capisse. Il richiamo per le strade era un'altra cosa: il ragazzo gridava «magnin» o «magnan» e «Si stagnan le pignate e le padele».
Paviolo lega infine il gergo a una leggenda: il falsario di Ronco, prima di essere impiccato, avrebbe spiegato alla sua gente dove era l'oro in modo che lo capissero solo gli uomini della valle. È una leggenda: le fonti lette non danno una data né un documento per l'origine del gergo.
Fonti: Paviolo, pp. 56, 57, 60, 62, 63, 64, 65, 85, 86, 87, 88; Cima 2025a, p. 78
Per la classe
Prendete l'elenco delle parole di Nigra di questa pagina, con le sue traduzioni. Provate a dividerle nei quattro gruppi di Nigra, ricordando che lui non dice in quale gruppo stia ciascuna parola: per «rogi», «la rossa», o «bronca-gro», «il soffia-grosso», la traduzione aiuta; per «corent» o «nejro» non c'è. Poi confrontate le voci di Nigra con quelle di Paviolo, più di un secolo dopo: quali restano uguali, quali cambiano solo nella grafia, quali spariscono? Infine scrivete, con le parole delle due liste, una breve frase che un padrone potrebbe dire al suo ragazzo davanti a un cliente; spiegate perché il cliente non la capirebbe. Ricordate che le fonti non riportano frasi intere di Nigra: la vostra è un esercizio, non una ricostruzione.
Fonti: Nigra 1874, pp. 53, 57, 58; Paviolo, pp. 87, 88
Fonti della pagina
- C. Nigra, Fonetica del dialetto di Val-Soana (Canavese), «Archivio glottologico italiano» III, 1874-1878, con l'appendice sul gergo; nello stesso volume la postilla di G. Flechia sulla parola «magnano» (pp. 175-176).
- Paviolo, I magnin delle valli Orco e Soana (edizioni 1991, 2000, 2006; edizione della copia da confermare).
- M. Cima, Archeologia del rame. Il caso del Canavese. Estrazione, metallurgia e sistemi produttivi, Torino, Nautilus - Museo Archeologico del Canavese, 2025 (seconda edizione, solo online, di Mastri ramai in terra canavesana, 1986); qui «Cima 2025a».
- M. Bussi, Costruire nel costruito. Progetto per il recupero e restauro della Borgata Castellaro, tesi magistrale, Politecnico di Torino, relatore A. De Rossi, 2026.
- Parco Nazionale Gran Paradiso, comunicato stampa Escursioni, laboratori e attività nella natura: è iniziata un'estate intensa per la Fucina da Rame di Ronco Canavese, 7/6/2024.
