Dall'acqua alla corrente
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Per secoli l'acqua dell'Orco e dei suoi affluenti arriva alle macchine per canali e rogge e fa girare ruote di legno. Nell'Ottocento la Manifattura di Cuorgnè la manda su quattro turbine; poi la trasforma in corrente, con centrali proprie. Dal 1921 Torino costruisce in alta valle i suoi impianti; nel 1967 le centrali della Manifattura passano all'Enel. Questa pagina segue l'energia lungo questa strada e spiega la fisica che serve per leggerla.
L'acqua nei canali
La più antica menzione in Canavese di un impianto mosso da una ruota idraulica, per Cima, è il mulino dei Valperga sotto la rupe del Tellario, a Pont, citato nel 1212. Nel 1487 gli uomini di Oglianico ottengono dal signore di Valperga il diritto di derivare dall'Orco una roggia per irrigare e per muovere le ruote di un mulino. A metà Settecento Rezia di Mombello scrive che l'Orco, pur facendo qualche danno, è utile per la pesca, «all'uso delle diverse fucine ed edifici» e per l'irrigazione. In quegli anni i mulini della provincia d'Ivrea hanno tutti la ruota ad asse orizzontale, alimentata dall'alto in montagna e più spesso dal basso in pianura.
Per avere energia non basta un fiume: serve un salto, cioè un dislivello fra dove l'acqua entra e dove esce. Il canale toglie l'acqua al torrente più in alto e la porta, con poca pendenza, fino alla macchina; lì la fa cadere. Il canale della Manifattura di Cuorgnè, cominciato nel febbraio 1873, serve proprio a questo: un salto d'acqua di una decina di metri. L'acqua è presa dall'Orco con una diga di pietre a secco e zolle, a circa 1,4 km dallo stabilimento, e portata nel letto di un ramo abbandonato del fiume. Si forma un laghetto fra il torrente e l'imbocco: l'edificio di presa resta al riparo dalle piene e l'acqua vi lascia sabbia e ghiaia.
Le dighe sul torrente erano provvisorie, di pietrame a secco con zolle erbose e muschio, fatte apposta per essere portate via dalle piene: le leggi di allora vietavano di norma dighe stabili sui torrenti. Nel 1923-24 sono sostituite da una diga in muratura. L'imbocco ha tre luci divise da pile in muratura e una graticola di sbarre di ferro ferma foglie e legno. Il canale è lungo 836 m, in muratura, largo 6 m e alto 2. Le paratoie sono tavole di rovere che si alzano con aste, ruote dentate e una vite senza fine mossa a manovella. Una vite senza fine, in generale, permette di alzare con poca forza una tavola premuta dall'acqua con forza grande; inoltre non torna indietro da sola.
Michele Chiesa, all'Inchiesta industriale del 1872, dice che in Italia l'acqua costa quasi quanto agli inglesi il carbone, per le riparazioni dei canali. Bertotti scrive che a Cuorgnè l'acqua dell'Orco è «dolce ed ottima per uso industriale, con una durezza di due gradi», come conferma un'analisi del 1900.
Fonti: Cima 2025a, p. 41; Cima 2025b, pp. 40, 43, 151; Cima 1987, pp. 43, 65; Abà e altri 1995, pp. 26, 27, 28, 37, 313, 316, 317, 318, 319, 321, 341
Le ruote
Nelle fucine dell'Orco la ruota muove l'albero dei magli. Nel Seicento si diffondono il maglio a testa d'asino in batterie di due o tre teste, mosse da ruote con pesanti mozzi in pietra che fanno da volano. Il volano, in generale, è una massa che gira e accumula energia: rende il moto più regolare quando le camme alzano e lasciano cadere i magli. Alla fucina di Castellaro l'acqua sulle ruote (e quindi il ritmo dei colpi) si regolava con una saracinesca in fondo alla gronda, mossa dal maglista.
Le ruote non erano tutte uguali. Nella fucina Canavet di Canischio la mola gira su una ruota a palette «per di sotto» o «a schiaffo», veloce: Cima stima circa 200 giri al minuto. La ruota dei magli, invece, è «per di sopra», metallica, rifatta di recente forse al posto di una ruota a cassette di legno; una valvola a cassetto regola l'acqua e dà ai magli velocità diverse. In una ruota per di sopra, in generale, l'acqua riempie le cassette in alto e la ruota gira soprattutto per il peso dell'acqua che scende: è lenta e sfrutta bene salti piccoli. In una ruota per di sotto l'acqua corrente spinge le pale in basso: la ruota è più veloce ma rende meno.
Le ruote muovono anche le fabbriche. Nel setificio di Agliè, costruito nel 1736 sul Canale di Caluso, le ruote idrauliche nel seminterrato muovevano i mulini da seta. Verso il 1840 la Manifattura di Annecy e Pont ha 22.000 fusi e 410 telai meccanici, tutti mossi da ruote idrauliche. Nel 1870 la forza idraulica disponibile a Pont è di circa 700 cavalli, con tre macchine a vapore per le magre. Nell'Ottocento le fabbriche di ceramica di Castellamonte muovono le macine con ruote sulla Roggia dei mulini e sul Canale di Caluso. Alla Fornace Pagliero, dal 1845, una sola ruota muove con ingranaggi, pulegge e cinghie le macine, una trafila e un montacarichi.
Fonti: Cima 2025a, pp. 45, 105; Cima 2024, pp. 193, 204; Cima 2025b, pp. 157, 158, 226; Cima 1981, pp. 172, 173, scheda I05/15CA; Bussi 2026, p. 59; Giorda 1992, pp. 1, 4; Porro e Romanoni 2001, pp. 1, 2
Le turbine della Manifattura
La Manifattura di Cuorgnè fu costruita fra il 1872 e il 1874 su progetto di Adolf Mauke, per una società a capitale italo-svizzero che scelse il luogo per l'industria tessile già presente e per la forza dell'acqua dell'Orco. Il museo di Cuorgnè scrive che lo stabilimento fu «inaugurato nel 1882»: la data non torna con il 1872-1874. Secondo il museo la Manifattura nasce sulla «generosa disponibilità energetica» dei salti d'acqua che già nei secoli precedenti muovevano a Cuorgnè le macchine della metallurgia del rame. L'8 settembre 1875 la Manifattura compra le fucine, la roggia e i diritti d'acqua di Campore, per sfruttare «i due salti d'acqua nel luogo esistenti». Secondo Cima il «mulino vecchio» citato nel 1470 stava dove oggi è la centrale di monte della Manifattura probabile.
L'edificio aveva un seminterrato per gli alberi di trasmissione e quattro piani di macchine probabile. Le quattro turbine Girard stanno sotto lo stabilimento in due gruppi di due, con un dislivello medio di 10,50 m, e danno in tutto 700-800 cavalli. Una quinta turbina piccola muove all'occorrenza l'officina e la pompa antincendio. Contro le magre c'è una macchina a vapore, su massi di granito annegati nel calcestruzzo. La sua potenza è data in due modi: «4 caldaie da 400 cv» e, a pieno regime nelle magre, «da 600 a 700 Cv» incerto. Nel 1880-81 l'opificio di Tavoletto, sulle vecchie fucine Signorelli, è mosso dal vecchio canale della fonderia con una turbina ad asse verticale di 200 cavalli.
Che cosa cambia con la turbina, in generale. La ruota gira lenta e grande, all'aperto; la turbina è più piccola, chiusa, gira molto più in fretta e sfrutta meglio la stessa acqua. La potenza che l'acqua può dare dipende da due grandezze: la portata, cioè quanta acqua passa in un secondo, e il salto. La formula è P = ρ·g·Q·h, dove ρ è la densità dell'acqua, g l'accelerazione di gravità, Q la portata e h il salto; una macchina reale ne rende solo una parte. Il cavallo vapore vale 735,5 watt: 700-800 cavalli sono fra circa 515 e 590 kilowatt.
Fonti: ERIH, scheda; Cima 2025b, pp. 40, 227; Abà e altri 1995, pp. 22, 27, 28, 39, 311, 319, 336, 337, 340; Museo Archeologico del Canavese 2016, p. 3
La corrente in fabbrica
La Manifattura passa presto all'elettricità. Nel 1873 aveva impiantato una fabbrica di «gaz luce» per uso interno, smantellata solo nel 1928; Cuorgnè non avrà mai l'illuminazione a gas. Nel 1885 una turbina ausiliaria produce energia elettrica, nel 1889 nasce a Tavoletto la prima vera centralina e nel 1896 un motore diesel con dinamo. Dal 1897 al 1915 la Manifattura compra energia dalla Società Alta Italia. La luce elettrica pubblica arriva a Cuorgnè con una convenzione del dicembre 1895 per 70 lampade: il servizio è provato il 16 giugno 1897 e attivato il 27, con impianti Siemens & Halske.
In generale, un generatore trasforma la rotazione della turbina in corrente elettrica: una bobina che gira in un campo magnetico, o un campo magnetico che gira dentro una bobina. La corrente si può portare lontano con i fili. Per questo la centrale non deve più stare sotto la fabbrica.
La centrale di Sparone, del 1919, è la prima staccata dagli opifici, a oltre 10 km. Prende l'acqua del rio Ribordone con una piccola diga in frazione Crosa e un canale di 4.300 m fino alla vasca di Bose; da qui una condotta forzata scende per 800 m su una turbina Pelton. Nel 1936, per le liti con i padroni di una fucina e con altri utenti a valle, la Manifattura deve costruire un serbatoio di compenso di 5.000 metri cubi. Un serbatoio di compenso, in generale, raccoglie l'acqua quando la centrale ne scarica di più e la rende quando ne scarica di meno, così chi sta a valle riceve una portata più regolare.
Nel 1917 e nel 1924 nascono le due centrali «di stabilimento» sulle due coppie di turbine. La centrale di Campore Basso, in località Goriti, nasce nel 1924 sul vecchio canale della fucina Signorelli; nel 1923-24 le dighe provvisorie del canale principale diventano una diga in muratura. La centrale di Valle usa gli scarichi della centrale di stabilimento; quella di Campore Alto prende l'Orco a Doblazio con due paratoie di ferro lunghe 23 m e ha due turbine Kaplan. Le date di queste due ultime cambiano nel libro sulla Manifattura: Valle è del 1928 o in funzione dal 1930, Campore Alto del 1948 o in funzione dal 1949 incerto.
Le turbine scelte dicono qualcosa dell'acqua, in generale. La Pelton riceve getti d'acqua veloci su una ruota a cucchiai: è adatta ai salti alti con poca acqua, come una condotta che scende dalla montagna. La Kaplan è un'elica con le pale orientabili: è adatta ai salti bassi con molta acqua, come un fiume di fondovalle.
Le quattro centrali sull'Orco stanno in soli 6 km e l'acqua passa dall'una all'altra: la stessa acqua si usa più volte, perché la centrale sfrutta il salto e non consuma l'acqua. La potenza installata è di 12.997 kVA, con una potenza media di 7.700 kW. I kVA misurano la potenza apparente delle macchine elettriche, i kW quella che diventa davvero lavoro; la media è più bassa anche perché l'acqua non c'è sempre. L'Orco, già sfruttato a monte dall'AEM, cambia portata nelle ore del giorno e la Manifattura deve regolare le centrali a seconda dell'ora. Anche nella valle del Gallenca diversi mulini e fucine diventano nel Novecento piccole centrali: il mulino Crosetto dà corrente a San Colombano, Canischio e Prascorsano fino alla fine degli anni Cinquanta.
Fonti: Abà e altri 1995, pp. 123, 124, 128, 311, 341, 342, 344, 345; ERIH, scheda; Cima 1981, p. 166, schede 13CA e 18CA
Torino sale in valle
Con regi decreti del 1921 e del 1925 il Comune e la Provincia di Torino, poi l'Azienda Elettrica Municipale, ottengono la concessione dell'acqua dell'Orco e degli affluenti per quattro impianti: Serrù-Mua, Ceresole Reale-Rosone, Telessio-Rosone e Rosone-Bardonetto. Una rivista torinese degli anni Venti o Trenta racconta il cantiere delle dighe come una «nuova vita» per la valle e spiega che l'«acqua d'oro» si trasformerà in energia probabile. Il serbatoio di Ceresole è finito nel 1925; la diga del lago Serrù nel 1952. Un serbatoio in alta quota, in generale, accumula l'acqua dello scioglimento delle nevi e la rende nei mesi in cui il torrente porta poco. Il serbatoio di Ceresole, inoltre, trattiene e smorza le onde di piena dell'Orco.
Il collaudo del 1953 trova nell'impianto Rosone-Bardonetto un salto di 126,70 m e una portata media di 6.646 litri al secondo dal 1951. La pubblicazione dell'AEM dà per la centrale di Bardonetto un salto di 128 m e per quella di Pont, sulla riva destra dell'Orco, un salto di 111 m. Dopo il 1952 l'AEM chiama Rosone la sua «capitale» in Valle dell'Orco: intorno alla centrale, che arriverà a 140.000 kW, nasce un villaggio di case per i dipendenti accanto alle vecchie case minacciate dalla frana. Le frazioni Rosone e Bertodasco, su un versante in lenta frana, furono inserite nel 1956 fra gli abitati da trasferire.
Anche altre fabbriche prendono la corrente dalla montagna. I due stabilimenti della Manifattura di Rivarolo e San Giorgio ricevono la forza motrice da due centrali elettriche nella Valle Soana probabile. Quali fossero e quando nacquero non si sa incerto.
Fonti: Regione Piemonte 2025, pp. 1, 2; Rivista municipale torinese, pp. 93, 224; Troisi 1997, pp. 33, 34; AEM, p. 18
Dalla Manifattura all'Enel
La Manifattura arrivò a circa 1.300 dipendenti probabile. Nel 1953 il bilancio dice la vendita d'energia a terzi un «sicuro assegnamento»; per gli autori del libro sulla Manifattura dal dopoguerra l'energia pesa nel bilancio forse più del tessile. Con la nazionalizzazione, dal 1° gennaio 1967, le centrali di Sparone, Campore Alto e Campore Basso passano all'Enel, che paga 629 milioni di lire nel 1974. La Manifattura chiude nel 1991 e il Comune la compra per recuperarla; oggi ospita il CESMA con il museo archeologico e il museo d'arte probabile. Le ragioni della chiusura le fonti lette non le danno incerto.
Fonti: ERIH, scheda; Abà e altri 1995, pp. 123, 341, 347
Per la classe
Tre confronti di potenza con i numeri della pagina. Primo: con P = ρ·g·Q·h calcolate la potenza teorica dell'impianto di Rosone-Bardonetto (salto 126,70 m, portata media 6.646 litri al secondo) e confrontatela con le turbine della Manifattura (700-800 cavalli). Secondo: la centrale di Rosone arriverà a 140.000 kW; quante volte la potenza delle turbine della Manifattura? Terzo: le quattro centrali della Manifattura sull'Orco hanno 12.997 kVA installati e una potenza media di 7.700 kW. Discutete perché la potenza media di un impianto idroelettrico è più bassa di quella installata e che cosa c'entra il fatto che l'AEM, a monte, cambia la portata dell'Orco nelle ore del giorno.
Fonti: Regione Piemonte 2025, p. 2; Abà e altri 1995, pp. 27, 28, 345; AEM, p. 18
Fonti della pagina
- Abà, Bertotti, Ronchetto, Simoletto, Savio, La Manifattura di Cuorgnè. Storia e archeologia di una grande industria, Cuorgnè, Corsac, «Orco Anthropologica» 8, 1995; qui «Abà e altri 1995».
- M. Cima, Archeologia del rame. Il caso del Canavese. Estrazione, metallurgia e sistemi produttivi, Torino, Nautilus - Museo Archeologico del Canavese, 2025 (seconda edizione, solo online, di Mastri ramai in terra canavesana, 1986); qui «Cima 2025a».
- M. Cima, Il Canavese tra Rinascimento e Rivoluzione industriale, Torino, 2025 (solo online, da Academia.edu); qui «Cima 2025b».
- M. Cima, Archeologia del ferro. Sistemi materiali e processi dalle origini alla Rivoluzione industriale, Torino, 2024 (edizione rivista, solo online, del libro del 1991).
- M. Cima, Archeologia e storia dell'industria di una valle, Firenze, All'insegna del Giglio, 1981.
- M. Cima, «L'industrie dans le Canavais (Piémont) au milieu du XVIIIe siècle», Le Monde alpin et rhodanien 3-4/1987, pp. 41-65.
- M. Bussi, Costruire nel costruito. Progetto per il recupero e restauro della Borgata Castellaro, tesi magistrale, Politecnico di Torino, relatore A. De Rossi, 2026.
- G. Giorda, «Note di storia della ceramica di Castellamonte. L'Ottocento», in Città di Castellamonte, Mostra della ceramica '92, 1992.
- E. Porro, L. Romanoni, Il filatoio da seta di Agliè in un percorso archeologico industriale lungo il canale Caluso, tesi, Politecnico di Torino, relatore L. Re, 2001 (sintesi).
- Regione Piemonte, Bollettino Ufficiale n. 52/2025, determinazione sulla concessione «Rosone-Bardonetto».
- Azienda Elettrica Municipale di Torino, pubblicazione storica sulla Valle dell'Orco (dopo il 1952), volume 546 digitalizzato da MuseoTorino, p. 18 del volume digitale.
- Gli impianti idro-elettrici del Municipio di Torino nell'Alta Valle dell'Orco e schede sulle industrie, rivista municipale torinese (titolo e anno da identificare), volume 528 digitalizzato da MuseoTorino, pp. 93-96 e 224 della rivista. (divulgativa)
- C. Troisi, Esame di alcuni dati storici relativi ad eventi alluvionali e fenomeni di instabilità naturale nelle valli dei torrenti Orco e Soana, Alto Canavese, Provincia di Torino, Regione Piemonte, Quaderno n. 7, gennaio 1997.
- Museo Archeologico del Canavese, Visita al territorio afferente al Museo Archeologico del Canavese, Polo museale di Cuorgnè, 2016.
- European Route of Industrial Heritage, scheda Cuorgnatese Cotton Factory (CESMA).
