L'argilla di Castellamonte
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A Castellamonte si cuoce l'argilla almeno dal 1499: prima pignatte e ciotole, poi, dalla fine del Settecento, stufe e caminetti. Questa pagina segue l'argilla dalle cave delle colline alle macine mosse dall'acqua dell'Orco, ai forni a torba e a legna e alle fabbriche dell'Ottocento. Le spiegazioni di chimica e di fisica sono quelle generali dei manuali; le temperature dei forni di Castellamonte le fonti lette non le danno.
L'argilla delle colline
Da secoli il territorio di Castellamonte lavora l'argilla rossa delle colline canavesane, estratta dai calanchi probabile. Il comunicato della Mostra della ceramica del 2017 mette le cave ai «castelletti», nella frazione Sant'Anna Boschi. Per Cima l'argilla si cavava da secoli nelle bancate a calanchi dei Castelletti, nell'area della frazione Filia. Le due fonti non nominano la stessa frazione. Sulla collina di Filia restano grandi cave di argilla rossa, sfruttate soprattutto dai piastrellisti di Sassuolo.
Non c'è una sola argilla. Casalis, nel 1837, elenca nel territorio argille plastiche e ocracee e un'«argilla caolino» del monte Spinai, a Spineto, e delle «Benne», usata per la porcellana. L'argilla bigia serve per stufe, tambelloni, muffole e stoviglie che reggono alle alte temperature. A fine Ottocento la ditta Buscaglione prende le sue argille da Val di Rimes, Violetta e Talentino a Spineto, da Filia e dal Banasso. Se ne importano anche dalla Sardegna, da Vicenza e dalla Francia; il caolino arriva dalla Palestina.
Le argille, in generale, sono fatte di minerali a grana finissima che con l'acqua diventano plastici: si modellano e tengono la forma. Il caolino è un'argilla chiara, che si usa per la porcellana. Il colore rosso delle terre cotte viene di norma dagli ossidi di ferro. Un'argilla che regge al fuoco senza deformarsi si dice refrattaria. Castellamonte forniva all'arsenale di Torino grandi quantità di argilla per gli stampi delle bocche da fuoco, pagata 1 lira e 8 soldi il rubbo. Con terra refrattaria di Castellamonte si facevano anche i crogioli della fucina del rame Giovando di Sparone. Quale fosse la composizione chimica di queste argille, le fonti lette non lo dicono.
Fonti: Mentelocale 2026; Città di Castellamonte 2017, p. 4; Cima 2025b, pp. 241, 243; Giorda 1992, pp. 2, 7, 8; Cima 1987, p. 46
Dalle pignatte alle stufe
La ceramica di Castellamonte è molto più antica del Settecento. Il catasto del 1499, citato da Giorda, nomina due fornaci: una lungo il rio Gregorio e una in regione Sansuario, sul rio San Martino. Nel 1634 Torino mette un dazio sulle «pignate di Castellamonte, vernisate, grandi, mezzane e ordinarie» e sulle «gavie di terra vernisata e ordinaria». Con le pentole, il prodotto locale più diffuso era la ciotola ingobbiata, venduta dagli ambulanti. I Reasso sono già nominati nel Seicento: su un bassorilievo della Madonna in via Massimo d'Azeglio si leggeva, fino a pochi anni prima del 1992, «Famiglia Reasso. 1638».
La «Descrizione» del 1752-54 scrive che gli abitanti lavorano la campagna e fanno «vasi in terracotta» da portare a vendere «per li altri luoghi e province». Cima ne deduce un commercio ambulante, forse stagionale. Il catasto del 1784 registra le «fornaci da pentole» dei Mussa lungo il rio Leonatto, dei Vernetto, dei Vallo a San Grato, degli Antonietti, già attivi nel 1774, e dei Reasso a San Rocco. Da queste fornaci, scrivono Cima e Giorda, escono probabilmente i vasi e i capitelli della chiesa di San Rocco, del 1777.
A fine Settecento nascono a Castellamonte le prime stufe e i primi caminetti «Franklin». Casalis, nel 1838, scrive che Pietro Reasso, con laboratorio in vicolo Franklin, fece il primo caminetto a circolazione d'aria e fuoco visibile, detto poi Franklin, e lo vendette per 300 lire. Bertolotti, nel 1888, aggiunge che prima si facevano vasi da giardino, utensili per i forni e «pignatte di Castellamonte» e che Enrico Pagliero ingentilì i «pianelloni» per stufe di Reasso. Turismo Torino scrive che la lavorazione della terra rossa «si sviluppa a fine Settecento»: i documenti del 1499, del 1634 e del 1784 mostrano che la ceramica c'era già da secoli.
Le stufe di gusto classico di Castellamonte riprendono modelli che si trovano nelle dimore dei Savoia e dei nobili del Piemonte, in Russia e in altri paesi. Il Museo della ceramica di Palazzo Botton conserva parti di stufe dal Seicento all'Ottocento, frammenti di fregi e capitelli, stoviglie e alari «Franklin» probabile.
Un po' di fisica, in generale. Un focolare aperto scalda la stanza soprattutto per irraggiamento, mentre gran parte dell'aria calda sale nella canna fumaria. In un caminetto a circolazione d'aria l'aria della stanza passa intorno al focolare, si scalda per contatto con le pareti calde e torna nella stanza: è convezione. Una stufa con pareti spesse di ceramica accumula calore mentre il fuoco brucia e lo cede piano anche dopo. Come fossero fatte dentro le stufe di Castellamonte, le fonti lette non lo descrivono.
Fonti: Cima 2025b, pp. 163, 164, 241; Giorda 1992, pp. 3, 4; Turismo Torino, scheda; Città di Castellamonte 2017, p. 2
Il fuoco: forni, muffole e torba
Nell'Ottocento i forni di Castellamonte sono fornaci a torba e a legna, che crescono con le muffole e le camere a riverbero. Per le alte temperature si brucia la torba di San Giovanni, di Torre e di Alice; verso il 1820 Giuseppe Bertola brucia nei forni quella delle torbiere di San Giovanni dei Boschi. Le temperature dei forni le fonti lette non le danno.
Che cosa sono queste parti, in generale. La muffola è una camera chiusa dentro il forno: i pezzi cuociono senza toccare la fiamma e i fumi, che potrebbero macchiarli. Nel forno a riverbero la fiamma passa sopra il carico e la volta rimanda il calore verso il basso. Nella casa della famiglia Allaira, già fabbrica di ceramiche, resta il grande forno di cottura «a fiamma rovesciata»: in un forno di questo tipo la fiamma sale alla volta e viene costretta a scendere attraverso i pezzi prima di uscire dal basso, così il calore si distribuisce meglio. La torba è un combustibile formato da resti di piante accumulati nelle torbiere.
Le fonti danno alcune misure. Nel 1851 Antonio Galeazzi, di Pont, ha 35 operai, macine a cavalli, due fornaci a torba, una a riverbero e due muffole e consuma circa 1.000 tonnellate d'argilla. Nel 1885 la Buscaglione ha una quarantina di dipendenti e tre forni grandi da circa 550 pezzi l'uno, consuma oltre 900 tonnellate d'argilla e fa circa 150.000 pezzi l'anno. Alla Fornace Pagliero resta una camera di cottura ottocentesca, con acroteri e vasi impilati.
Non tutti avevano un forno. Prima della fornace Hoffman molti artigiani di Filia e Spineto facevano mattoni, tegole e coppi sull'aia con stampi rozzi e li cuocevano nel «pignone»: i mattoni accatastati con buche per la legna e canali per il calore, che spesso restavano mezzi crudi. Nel 1882 Giacomo Cola costruisce a Filia la prima fornace Hoffman del luogo, a fuoco continuo, attiva fin verso il 1970; ne restano i ruderi. In un forno Hoffman, in generale, le camere stanno in fila ad anello e il fuoco avanza da una camera all'altra: mentre una cuoce, le altre si caricano, si scaldano con i fumi o si raffreddano, così il forno non si spegne mai.
Che cosa succede all'argilla nel fuoco, sempre in generale. Seccando, il pezzo perde l'acqua che lo rendeva plastico e si ritira un poco. Nella cottura perde anche l'acqua legata nei minerali, che cambiano struttura; ad alta temperatura le particelle si saldano fra loro. Il pezzo cotto non torna più argilla, nemmeno in acqua. Un pezzo cotto male, come i mattoni mezzi crudi del pignone, resta fragile. Le «vernici» delle pignatte del 1634 sono rivestimenti che in cottura fondono e formano uno strato vetroso: chiudono i pori e rendono il recipiente impermeabile.
Fonti: Città di Castellamonte 2017, p. 5; Giorda 1992, pp. 1, 5, 6, 7, 8; Cima 2025b, p. 243
L'acqua che macina
Prima della cottura l'argilla va macinata e impastata; anche le vernici si macinano. Nell'Ottocento le aziende maggiori muovono le macine dell'argilla e delle vernici con ruote idrauliche, sulla Roggia dei mulini e sul Canale di Caluso; altre usano i cavalli. Il Canale di Caluso prende l'acqua dell'Orco a Spineto, vicino a Castellamonte, e corre per 28 km fino a Mazzè. Verso il 1820 Giuseppe Bertola usa per primo sul Canale di Caluso una ruota idraulica per macinare l'argilla.
Nella Fornace Pagliero un impianto mosso da una ruota idraulica, installato nel 1845 e usato fino a pochi anni prima del 1992, serviva circa 100 operai. Con ingranaggi, pulegge e cinghie muoveva la «molassa» o «pista» per l'argilla, i mulini a tamburo per le vernici, una trafila per tubi e un montacarichi. Nei mulini a tamburo le palle erano pietre dell'Orco. Dove prendesse l'acqua la ruota non è chiaro: Giorda mette la Fornace lungo la roggia dei mulini, Cima scrive che la ruota era alimentata dal Canale di Caluso incerto.
La fisica di questo impianto è quella di tutte le macchine ad acqua. La ruota trasforma l'energia dell'acqua in rotazione di un albero; ingranaggi, pulegge e cinghie portano il moto a più macchine e ne cambiano la velocità. In un mulino a tamburo, in generale, un cilindro gira con dentro corpi duri che rotolano e urtano il materiale fino a ridurlo in polvere fine: alla Pagliero erano i ciottoli del torrente.
L'acqua era di tutti, a certe condizioni. Nel 1870 il Comune autorizza la trasformazione della secolare «pista per la canapa» sulla Roggia vicino al Maglio in una macina per l'argilla aperta a tutti gli artigiani. Gli Scavarda mettono una ruota idraulica a macina in via Massimo d'Azeglio 41 e un Pollino ha un mulino per le vernici a disposizione di terzi. Michele Stella costruisce una seconda fabbrica in canton Perotti, lungo il Naviglio di Caluso. Verso il 1863 Antonio Galeazzi costruisce uno stabilimento con ruota idraulica sulla Roggia. All'Inchiesta industriale del 1870-1874 i ceramisti scrivono che tre fabbriche vanno a forza idraulica e dodici con i mezzi ordinari.
Il legame fra l'argilla e l'Orco, dunque, passa per le ruote sulla Roggia e sul Canale di Caluso e per le pietre dell'Orco nei mulini delle vernici. Mancano ancora uno studio sulle stufe dell'Ottocento e la data certa della scuola incerto.
Fonti: Giorda 1992, pp. 1, 2, 3, 4, 5, 6; Cima 2025b, p. 242; FAI, scheda
Le fabbriche dell'Ottocento
Per Cima con il Congresso di Vienna nasce a Castellamonte la prima industria di ceramica, terracotta e refrattari per la metallurgia, con stoviglie, caminetti e stufe. La fabbrica più antica ancora attiva nel 1992 è quella fondata nel 1814 da Enrico Pagliero in canton Morlino, all'ingresso di Spineto. Dopo Michele, Romualdo, Terenzio e Micheluccio la gestiscono i fratelli Camerlo. Abbonamento Musei la presenta come il passaggio dalla lavorazione artigiana a quella industriale probabile. Il comunicato della Mostra del 2017 scrive invece che il complesso sorge dove nacque «a fine settecento» la manifattura Pagliero Michele e che conserva una fornace di inizio Ottocento: le due date vanno ancora riconciliate.
Nel 1860 nella ceramica lavorano poco più di 200 operai e artigiani, con 20 carrate di prodotti al giorno. Le fabbriche con più di 30 dipendenti sono 5, con almeno altri 20 artigiani e dodici fornaci per mattoni e tegole. A fine secolo le fabbriche sono 18, con più di 600 dipendenti. Giacomo Buscaglione, venuto dal Biellese, apre nel 1830 e arriva a un secondo stabilimento, a uno a Torino per la fumisteria con circa 200 dipendenti e a filiali in molte città; nel 1922 la fabbrica passa agli Allaira. Michele Stella fa stufe, stoviglie, piastrelle, porcellane, refrattari e tubi di gres per la chimica e ha medaglie a Torino nel 1858, nel 1871 e nel 1884. I Pollino, gli Allaira e i Pagliero formano le «dinastie della ceramica»; nel 1905 Pagliero, Allaira e altri promuovono sul Canale di Caluso l'Industria piemontese del gres ceramico, abbandonata pochi anni dopo.
All'Inchiesta industriale i ceramisti dicono di fornire caloriferi agli uffici di governo e mattoni e argilla refrattaria all'Arsenale, alla Zecca e alle scuole di chimica. Chiedono una ferrovia, tariffe più basse e una scuola, perché mancano buoni modellatori e chimici. Il Liceo artistico «Felice Faccio» nasce come Regia Scuola per l'arte della ceramica; secondo il suo dirigente la Scuola d'Arte fu istituita nel 1922 per formare le maestranze delle fabbriche. Un articolo del 2026 la fa risalire a una scuola «fondata a fine Ottocento» probabile: le due date non coincidono.
Per Giorda l'Ottocento è il secolo del maggiore splendore. I prodotti vanno in Lombardia, Liguria, Veneto, Emilia e Centro Italia; stufe, caminetti, vasi da limoni e argille vanno anche all'estero, si dice fino a Pietroburgo, in Argentina e in California.
Il lavoro aveva i suoi gradi. Nel 1885 alla Buscaglione tornitori e stampatori, a cottimo, prendono da 2,50 a 3 lire al giorno e i manovali 1,40. Gli apprendisti, ragazzi da 11 a 15 anni, dopo due anni di tirocinio gratuito sono pagati da 30 a 60 centesimi al giorno. Accanto ai ceramisti noti lavoravano decine di artigiani in piccoli laboratori ricavati spesso dalle stalle, aiutati da qualche apprendista o dai parenti liberi dai lavori dei campi. A fine Ottocento gli operai, che lavoravano a volte più di 11 ore al giorno, cominciano le agitazioni per l'orario e la paga; nel primo decennio del Novecento diventano scioperi. La Società degli artisti ed operai, fondata nel 1849, apre corsi serali di disegno e una biblioteca circolante.
Fonti: Cima 2025b, pp. 242, 245; Giorda 1992, pp. 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, 9; Abbonamento Musei, scheda; Città di Castellamonte 2017, pp. 4, 6; newsistruzione 2026
Che cosa resta
Con la seconda guerra mondiale la Fornace Pagliero comincia a decadere; nel 2003 la compra un ceramista, che riprende la produzione con gli stampi originali trovati sul posto probabile. La Fornace conserva tre linee di produzione, dell'Ottocento, degli anni Trenta e degli anni Cinquanta probabile. Vi si conservano attrezzature d'epoca, stampi e matrici e la camera di cottura ottocentesca; OpenStreetMap la segna come «Museo Ceramico Fornace Pagliero», a Spineto. È un centro ceramico e museo con biglietto probabile. A Filia restano i ruderi della fornace Hoffman.
Il Museo della ceramica di Palazzo Botton ha una sezione storica e una moderna con opere donate dagli artisti; l'ingresso è libero probabile. Alla Mostra del 2017 ci sono le stufe dei produttori locali di oggi, accanto a stufe d'autore e di design. Il Liceo «Felice Faccio» partecipa alla Mostra e forma i nuovi ceramisti. La 65ª Mostra si tiene dal 22 agosto al 13 settembre 2026 in 16 sedi probabile.
Fonti: Abbonamento Musei, scheda; Città di Castellamonte 2017, pp. 2, 3, 6; OpenStreetMap, node 6428236215; Cima 2025b, p. 243; Giorda 1992, p. 8; Turismo Torino, scheda; Mentelocale 2026
Per la classe
Primo: nel 1885 la Buscaglione ha tre forni grandi da circa 550 pezzi l'uno e fa circa 150.000 pezzi l'anno. Calcolate quante cotture all'anno servono se i tre forni lavorano pieni insieme. Le fonti lette non dicono quanto durasse una cottura: discutete che cosa servirebbe sapere per dire se il numero è plausibile. Secondo: Casalis scrive che l'argilla bigia serve per stufe e muffole perché regge alle alte temperature. Spiegate perché proprio le muffole, che stanno dentro il forno, devono essere fatte di argilla refrattaria. Terzo: i mattoni cotti nel «pignone» spesso restavano mezzi crudi. Usando quello che sapete della cottura, spiegate perché una catasta di mattoni scaldata da buche di legna cuoce in modo diseguale e che cosa cambia in un forno chiuso a fuoco continuo come l'Hoffman.
Fonti: Giorda 1992, pp. 2, 7, 8; Città di Castellamonte 2017, p. 5
Fonti della pagina
- G. Giorda, «Note di storia della ceramica di Castellamonte. L'Ottocento», in Città di Castellamonte, Mostra della ceramica '92, 1992 (articolo senza numeri di pagina: si cita la pagina della scansione).
- M. Cima, Il Canavese tra Rinascimento e Rivoluzione industriale, Torino, 2025 (solo online, da Academia.edu); qui «Cima 2025b».
- M. Cima, «L'industrie dans le Canavais (Piémont) au milieu du XVIIIe siècle», Le Monde alpin et rhodanien 3-4/1987, pp. 41-65.
- Città di Castellamonte, Mostra della Ceramica 2017, comunicato stampa.
- Abbonamento Musei, scheda Centro Ceramico Fornace Pagliero (dati del museo), consultata il 20/10/2026.
- Turismo Torino e Provincia, schede Ecomuseo del Rame, Museo della Ceramica, Fornace Pagliero, Castellamonte, Castelnuovo Nigra. (divulgativa)
- Mentelocale, Mostra Internazionale della Ceramica di Castellamonte 2026: un racconto in 16 sedi, 2026. (divulgativa)
- newsistruzione.it, notizia del 2/9/2026 sul Liceo Faccio alla Mostra della ceramica. (divulgativa)
- FAI, I Luoghi del Cuore, scheda Canale di Caluso.
- OpenStreetMap, dati © contributori OSM (ODbL), query del 19/10/2026.
