Dal minerale al paiolo
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Il rame delle valli dell'Orco e del Soana nasce da un minerale ricco di zolfo, la calcopirite, che va arrostito e fuso più volte prima di diventare metallo. Poi il rame si batte al maglio, si rifinisce a mano, si pulisce con gli acidi e si riveste di stagno. Questa pagina segue il metallo dalla miniera alla cucina e racconta il lavoro dei magnin, che giravano per riparare e stagnare le pentole, con la chimica che c'è dietro ogni passaggio.
Il minerale: la calcopirite
Il minerale delle miniere canavesane è la calcopirite, che contiene circa il 35 per cento di rame e molto zolfo. Bussi la mostra dalle miniere della Val Soana e del vallone di Vasario e OpenStreetMap la indica sul primo dei cinque imbocchi della «Miniera di Caramia», sopra Sparone. Il polo minerario più antico sta sopra le frazioni Vasario, a Sparone, e Ceresa, a Ribordone, con cavi a cielo aperto e gallerie; la miniera Ceresa 4, a 1432 metri, entra per circa 300 metri nella montagna. Alla Coccagna, sopra Noasca, e alla «Reale» di Valprato la calcopirite stava insieme alla galena, da cui si traeva l'argento.
Le rese dei viaggiatori del Settecento sono diverse. Nel 1785 Galleani Napione scrive che la pirite di rame di Sparone dava circa il 20 per cento di rame «très-ductile»; nel 1786 Nicolis de Robilant dà una resa da 8 a 10 libbre di rame per quintale. Il minerale era scelto e spezzato sulle piazzole davanti alle miniere e poi portato alle ramere del fondovalle da piccole carovane di mulattieri, o a spalla dove un animale non passava.
La calcopirite è un solfuro di rame e ferro, CuFeS₂. Con le masse atomiche del rame (63,5), del ferro (55,8) e dello zolfo (32,1) il rame pesa circa il 34,6 per cento della formula: è il 35 per cento di Cima. Il minerale cavato però non è calcopirite pura, perché è mescolato alla roccia, la ganga: per questo le rese reali sono più basse.
Fonti: Cima 2025a, pp. 9, 22, 49-52, 55-59, 64-65; Bussi 2026, p. 24; OpenStreetMap
Arrostire e fondere
Cima divide il lavoro in quattro fasi: estrazione e cernita del minerale; riduzione in metallo fino alla rosetta; battitura a caldo al maglio, la «cavatura»; finitura a freddo con martellatura, taglio dei bordi, manici e stagnatura interna. Per la seconda fase la calcopirite va arrostita più volte. Poi si carica nel forno a manica, a strati di carbone e minerale arrostito, e se ne ottiene prima la «metallina», poi il «rame nero»; l'affinazione finale avviene alla coppella, in un fuoco di forgia. Secondo Cima nel Cinquecento si fondeva in piccoli forni a catasta e i forni a manica, più piccoli di quelli del ferro, arrivano nel Seicento, sempre con tre rifusioni.
A Castellaro resta l'unico forno a manica per il rame conservato in Piemonte: una torre quadrangolare con una camera di circa 50 per 40 centimetri e il crogiolo circolare alla base, rivestita dentro di mattoni refrattari, alta 3-3,5 metri e caricata dall'alto. La coppella è una conca di terra refrattaria di 40-50 centimetri: per 20-30 chili di metallo ci volevano alcune ore di soffio continuo e carboni leggeri, come castagno, betulla o abete, perché carboni troppo forti «bruciano» il rame. I fonditori lavoravano davanti al forno a oltre 1000 gradi.
Il maestro controllava il rame immergendo nel bagno il «saggiolo», un'asta di ferro rivestita di terra refrattaria, e provando la pellicola di metallo rimasta attaccata. Sala, che negli anni Trenta osserva la fucina Giovando di Sparone, racconta la stessa prova: la sottile lamina di rame veniva piegata e martellata e, se non si rompeva, il rame si poteva colare. Lì il crogiolo era fatto sul posto con terra refrattaria di Castellamonte.
Nell'arrostimento lo zolfo brucia e diventa anidride solforosa, mentre parte del ferro si ossida. Nel forno i solfuri rimasti di rame e di ferro fondono insieme nella metallina e l'ossido di ferro passa nella scoria; altri passaggi ossidanti tolgono il resto di ferro e zolfo e lasciano il rame nero, ancora impuro. Alla coppella l'aria ossida le ultime impurezze, che vanno nella scoria. Il rame puro fonde a circa 1085 gradi.
Fonti: Cima 2025a, pp. 21-26, 40, 67-68, 73, 75, 92; Cima 2025b, pp. 149-151, 154; Bussi 2026, p. 27; Cima 1987, p. 46
La rosetta, il rame che viaggia
La rosetta è rame semilavorato in pani, a titolo 99,6. A metà Settecento la «Descrizione» della provincia d'Ivrea dice che le fucine da rame lavoravano minerale della Valpelline, nel Ducato d'Aosta, «ivi ridotta in rosetta». Nel 1716 le fucine Signorelli di Cuorgnè avevano comprato 490 rubbi di rosetta dai Bauni di Milano e soci, per 10.332 lire. Nell'Ottocento le ramere canavesane lavoravano ancora a pieno, ma il minerale veniva da fuori; Cima pensa che il metallo arrivato da circuiti più ampi, a prezzo più basso, abbia causato la crisi delle miniere locali probabile.
Nella fucina Giovando, nelle foto del 1981, il rame rifuso nel fucinale a coppella è colato nelle formelle di terra refrattaria del banco di colata: ne escono «panelle piano-convesse» che, rovesciate, passano subito al maglio. Le rosette ancora calde venivano battute una prima volta per sfruttare il calore della colata e diventavano dischi concavi.
Fonti: Cima 1981, p. 122; Cima 2025b, pp. 154-155, 211, 228; Cima 2025a, pp. 26-27, 48, 72, 120; Cima 1987, p. 46
La battitura: il cavato
Oltre una certa misura i dischi si battevano in un pacco di sei-otto pezzi chiuso fra due forme «camicia»; ogni pezzo era bagnato in acqua con terra refrattaria perché non si saldasse agli altri. Con la cavatura al maglio, alternata a riscaldi e a scambi dei pezzi dentro il pacco, si arrivava a pareti in media sotto il millimetro; poi si rifilavano i bordi e le due camicie tornavano alla fusione. Il fucinatore doveva dare al recipiente un fondo più spesso e pareti più sottili. Nelle fucine da rame la testa del maglio era a tronco di cono allungato, adatta alle forme concave; in quelle da ferro era piatta.
Il fucinatore spostava la balla incandescente con tenaglie e gancio e la aggiustava con il piede, protetto da uno spesso gambale di juta sempre bagnato. Fra i suoi attrezzi c'erano tenaglie «a becco di pellicano» per le forme concave e una forcella a due rebbi per prendere la rosetta calda. Nelle foto del 1947 il vecchio mastro Aimonetto di Sparone gira il pacco di forme con due tenaglie al ritmo dei colpi, perché il maglio non batta due volte nello stesso punto.
Il rame è molto malleabile, ma battuto a freddo si indurisce e diventa fragile, perché i cristalli del metallo si deformano: è l'incrudimento. Riscaldarlo, la ricottura, lo rende di nuovo lavorabile. Per questo la cavatura alterna i colpi ai riscaldi. La terra refrattaria fra i dischi fa da strato di separazione: impedisce che a caldo, sotto i colpi, due superfici pulite di rame si saldino fra loro.
Fonti: Cima 2025a, pp. 6, 69-70, 72, 74-75, 80; Cima 2025b, pp. 144, 240; Bussi 2026, p. 27
La finitura: acido, martello, manici
I paiolai finivano i recipienti cavati al maglio sul «cavallo» e sul «palo», di solito in un reparto della fucina; c'erano anche botteghe che compravano i cavati grezzi e li finivano. Il paiolaio lavava il rame grezzo con acido nitrico e acqua, lo batteva sul «cavallo» per i fianchi e sul «palo» per il fondo, lo rifiniva con un mazzuolo di legno, metteva i manici con un anello di ferro o con chiodi e stagnava l'interno. La bottega aveva anche una piccola forgia con mantice, una stadera, una vasca per l'acido nitrico, cesoie a pedale e mazzuoli di bosso, più scalpelli e bulini per i decori.
Bagnate nell'acido nitrico diluito, le forme brune e chiazzate diventano arancio vivo. I decori a sbalzo si facevano sul vaso riempito di pece o di cera. Un paiolo ottocentesco di Sparone, cavato al maglio e stagnato dentro, ha il manico e l'anello del bordo in ferro e le asole in ottone. La produzione era soprattutto di stoviglie da cucina, paioli, grandi caldaie per i latticini degli alpeggi, teglie, piatti e alambicchi. I paioli da polenta erano fra le poche stoviglie da fuoco senza stagno: si strofinavano con la sabbia a ogni uso per togliere gli ossidi.
Al calore della forgia il rame si copre di uno strato scuro di ossidi. L'acido nitrico diluito li scioglie e lascia scoperto il metallo, che ha il suo colore. La sabbia fa lo stesso lavoro per abrasione.
Fonti: Bussi 2026, p. 27; Cima 2025b, p. 241; Cima 2025a, pp. 45, 67, 76, 81-83, 88
La stagnatura
La stagnatura interna serviva a usare le stoviglie di rame senza che si formassero ossidi velenosi. Paviolo descrive le fasi. Prima la «grematura», il recipiente passato capovolto sulla forgia; poi la pulitura con acido muriatico e una zolla erbosa, la «teppà», e con stoppa di canapa; il lavaggio; un passaggio con l'«acido cotto», acido muriatico con sale ammoniacale e zinco. Lo stagno fuso si rovesciava nel recipiente scaldato e si stendeva in fretta con stoppa o con una pezza di cuoio. Ci volevano almeno tre passate, per un polentino medio 50-60 grammi; alla fine si lucidava con cenere e aceto. Nel gergo dei magnin lo stagno è «corent».
Lo stagno era una lega con il piombo, di solito il 20 per cento, e per saldare si usava metà stagno e metà piombo. Le norme igieniche non ammettevano il piombo e un manuale del 1924 ne consigliava il 10 per cento; chi alzava la quota di piombo per risparmiare lo chiamava nel gergo «giacu», perché il cliente non capisse. Nella fucinetta di Buttifinera, sotto il fornello, c'erano pani di stagno, uno di circa 850 grammi.
L'acido muriatico è acido cloridrico. Con lo zinco forma cloruro di zinco, che insieme al sale ammoniacale, il cloruro d'ammonio, fa da disossidante: scioglie gli ultimi ossidi e protegge il metallo caldo mentre lo stagno, che fonde a 232 gradi, bagna il rame e vi aderisce. I composti che il rame forma con i cibi acidi sono tossici, come il piombo: per questo lo strato di stagno doveva essere continuo e povero di piombo.
Fonti: Bussi 2026, pp. 27, 29; Paviolo, pp. 63-65; Cima 2025a, pp. 78, 129, 132-133; Nigra 1874, p. 58
Il lavoro dei magnin
Nella filiera del rame Bussi distingue fonditori, magliaro, paiolaio e magnin: i magnin giravano paesi e borgate per vendere il prodotto finito e a volte per recuperare i rottami da rifondere. Spesso il magnin era anche un artigiano che si fermava nelle piazze a riparare sul posto gli oggetti consumati. Era un lavoratore autonomo, ma dipendeva dagli imprenditori in cima al ciclo produttivo; le ramere gli fornivano rame e paioli sbozzati, anche a credito. Nel gergo della categoria i magnin si chiamano «ruga». Il calderaio ripassava e sostituiva gli anelli di ferro, cambiava i chiodi dei manici e rappezzava i tegami bucati con pezzi di rame detti «biane»; lo stagnaio portava un piccolo mantice o un ventilatore e un'attrezzatura più pesante su una carriola.
Il mestiere è antico. Già nella visita del 1545 Marruchi scrive che ogni anno oltre metà della gente delle parrocchie partiva per altre province, chi mendicando, chi «reparantes supelectillia stanii», cioè riparando stoviglie con lo stagno. Il magnin portava una piccola incudine a palo, un mantice portatile, una bottiglia di acido diluito, martelli, lima, tenaglie e un saldatore a mazzetta di rame da arroventare sulle braci. La forgia improvvisata a terra andava a legna secca o carbonella, di solito regalata dai contadini. Il ragazzo, il famàut, cercava il lavoro gridando «Si stagnan le pignate e le padele». Il magnin vendeva i recipienti a peso, a volte contando come rame anche il ferro.
Nel 1822 una ricognizione conta nel rame 34 persone nelle fonderie, 43 nelle botteghe dei paiolai e 6 in quelle dei magnani, ma Cima avverte che i 6 sono solo quelli con bottega fissa: mancano i numerosi itineranti della valle Orco. I magnin lavoravano rame, stagno, piombo e acidi senza guanti né maschere e molti morivano giovani; Paviolo dice però che non si sa quanti per il mestiere e quanti per la vita disordinata, il cibo scarso o le polmoniti incerto.
Fonti: Bussi 2026, pp. 27, 29; Cima 2025a, pp. 78, 83-87, 142, 153; Cima 2025b, pp. 96, 232-234; Paviolo, pp. 56, 60, 62-66
Rifondere il rame
Il rame non si buttava. Le fucine Signorelli ritiravano il rame rotto da rifondere, pagando «lire due per cadun rubbo»; per Cima lavoravano quasi solo rame semilavorato in pani e fondevano soltanto per riciclare il rottame. Dopo la metà dell'Ottocento a Sparone lavoravano ancora tre fucine, una con fonderia, che rifondevano rottame, forse perché le miniere di Vasario e Ceresa avevano chiuso. Alcuni magnin erano semplici venditori ambulanti che prendevano i vasi in conto vendita e raccoglievano rottame da rifondere alla ramera. Per Cima i calderai ambulanti della valle dell'Orco si rifornivano di «rame nuovo», semilavorato, nelle fucine di Pont e di Cuorgnè.
Il rame si può fondere di nuovo senza perdere le sue proprietà; fondere il rottame costa molta meno energia che ricavare il metallo dal minerale, perché non serve togliere lo zolfo né il ferro.
Fonti: Cima 2025a, pp. 46, 83, 118; Cima 1981, pp. 119-121
Per la classe
Proposta di calcolo. La calcopirite ha circa il 35 per cento di rame e Robilant, nel 1786, dà a Sparone una resa da 8 a 10 libbre di rame per quintale di minerale, cioè dall'8 al 10 per cento. Quanta calcopirite c'era nel minerale cavato? Soluzione: da 8/35 a 10/35, cioè fra il 23 e il 29 per cento circa; il resto era ganga.
Seconda domanda. Per stagnare un polentino medio servono 50-60 grammi di stagno, con il 20 per cento di piombo. Quanto piombo finisce nel polentino? E con il 10 per cento del manuale del 1924? Soluzione: da 10 a 12 grammi nel primo caso, da 5 a 6 nel secondo. Terza domanda: nel 1748 la bottega dei Magnino a Chivasso aveva circa 35 rubbi di rame, con il rubbo di 9,221 chili. Quanti paioli da circa 3 chili se ne potevano fare? Soluzione: circa 323 chili, cioè un centinaio di paioli, come calcola Collini, senza contare gli sfridi dei bordi.
Fonti: Cima 2025a, pp. 9, 22, 49-50, 164-165; Paviolo, pp. 64-65
Fonti della pagina
- Cima 2025a: M. Cima, Archeologia del rame. Il caso del Canavese. Estrazione, metallurgia e sistemi produttivi, Torino, Nautilus - Museo Archeologico del Canavese, 2025 (seconda edizione, solo online, di Mastri ramai in terra canavesana, 1986).
- Cima 2025b: M. Cima, Il Canavese tra Rinascimento e Rivoluzione industriale, Torino, 2025 (solo online).
- M. Cima, «L'industrie dans le Canavais (Piémont) au milieu du XVIIIe siècle», Le Monde alpin et rhodanien 3-4/1987, pp. 41-65.
- M. Cima, Archeologia e storia dell'industria di una valle, Firenze, All'insegna del Giglio, 1981.
- M. Bussi, Costruire nel costruito. Progetto per il recupero e restauro della Borgata Castellaro, tesi magistrale, Politecnico di Torino, relatore A. De Rossi, 2026.
- Paviolo, I magnin delle valli Orco e Soana (edizioni 1991, 2000, 2006; edizione della copia da confermare).
- C. Nigra, Fonetica del dialetto di Val-Soana (Canavese), «Archivio glottologico italiano» III, 1874-1878, con l'appendice sul gergo.
- OpenStreetMap, dati © contributori OSM (ODbL), query del 19 ottobre 2026.
