Il maglio a testa d'asino
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Per secoli, nelle valli dell'Orco, il ferro e il rame si sono battuti con una macchina mossa dall'acqua: un canale, una ruota, un albero con le camme e un lungo manico di legno che fa da leva a una testa di ferro. Questa pagina smonta il maglio pezzo per pezzo, con le misure delle fucine che si possono ancora vedere, spiega la meccanica che lo fa funzionare e segue la strada che porta dal maglio allo stampaggio a caldo di oggi.
L'acqua, il canale e la ruota
Il maglio ha bisogno dell'acqua che lo muove: per questo fucine e forni si costruiscono lungo i corsi d'acqua, dove si possono fare derivazioni e salti. A metà Settecento l'intendente Rezia di Mombello scrive che l'Orco serve «all'uso delle diverse fucine ed edifici» e il Soana «ad alcune fucine e mulini».
La fucina Canavet di Canischio, schedata da Cima nel 1980, mostra l'impianto completo. La chiusa di presa è fatta di grossi ciottoli di fiume posati a secco, a V rovesciato, e trattiene un bacino di circa cento metri cubi. Il canale è lungo circa 200 metri e dà un salto di circa 3 metri: nell'ultimo tratto corre più in alto del piano dei motori e finisce su balconate di pali che reggono le gronde di legno, ciascuna con la sua paratoia. A Castellaro il canale dal Soana è largo da 1,5 a 2,5 metri, profondo in media 50 centimetri; in fondo si divide fra le trombe e le ruote con un salto di circa 5 metri.
A metà Settecento i mulini della provincia d'Ivrea hanno tutti la ruota ad asse orizzontale, alimentata dall'alto in montagna e più spesso dal basso in pianura. Alla Canavet ci sono i due tipi. La ruota dei magli è «per di sopra»: di ferro, fatta da un'officina meccanica, con due corone di 2,25 metri di diametro esterno, le cassette sagomate fra le due, otto coppie di razze e un mozzo quadrato di 70 per 70 centimetri; la sua forma la data all'Ottocento. La mola gira invece su una ruota a palette «per di sotto», detta «a schiaffo», che Cima stima veloce, circa 200 giri al minuto.
Una ruota per di sopra lavora soprattutto con il peso dell'acqua che riempie le cassette da una parte e scende; una ruota per di sotto con la spinta della corrente sulle palette. Nel Sei-Settecento compaiono ruote con il mozzo di pietra, che fa da volano e rende il moto più potente e regolare. A Castellaro il mozzo ha un foro ottagonale per l'albero e fori radiali per le pale di legno, chiuse da corone che formano le casse in cui cade l'acqua. Un volano è una massa che gira: accumula energia cinetica quando la forza motrice supera il carico e la restituisce quando il carico cresce, per esempio nell'istante in cui la camma alza la testa del maglio.
Fonti: Cima 2024, pp. 149, 193, 204; Cima 1987, pp. 43, 65; Cima 1981, pp. 170, 172-173, schede 15CA, I01/15CA, I02/15CA, I03/15CA e M01/15CA; Cima 2025a, pp. 105-106
L'albero a camme
L'albero motore sta ad angolo retto con il manico del maglio e porta una serie di camme che ne urtano l'estremità corta e alzano di colpo la testa. Alla Canavet l'albero, l'«arbul», è un tronco di castagno di circa 40 centimetri di diametro e 5 metri di lunghezza, cerchiato con anelli di ferro, con perni d'acciaio cementato e temprato alle estremità; ogni estremità poggia su un grosso masso, il «giradur». Le camme, dette «rane», sono anelli di ghisa acciaiosa di 50 centimetri di diametro esterno e 40 interno, con molti fori rettangolari in cui si infilano denti d'acciaio forgiato; sono fissate all'albero con cunei di legno.
A Castellaro i due alberi hanno diametri massimi di 52 e 75 centimetri e lunghezze di 7,20 e 5 metri: il più sottile è il più lungo. Cima non dice quale albero vada con quale batteria. Quattro camme su una corona di ghisa danno quattro colpi a ogni giro dell'albero e le camme dei diversi magli sono sfalsate per alternare gli sforzi. I perni si lubrificavano con acqua portata da una canaletta sopra l'albero. Alla fucina Giovando di Sparone, negli anni Trenta, l'albero era un tronco di quercia cerchiato di ferro, con due fasce d'acciaio che portavano le camme fra i due magli. Una batteria porta fino a tre magli sullo stesso albero, con un solo canale e un solo gruppo ruota-albero.
La camma trasforma il moto rotatorio continuo dell'albero in un moto alternato del manico. Il numero di colpi al minuto di un maglio è il numero di giri dell'albero moltiplicato per il numero delle sue camme. Sfalsare le camme dei magli vicini vuol dire che l'albero non deve sollevare tutte le teste nello stesso istante: il carico sulla ruota resta più uniforme.
Fonti: Cima 2024, pp. 192, 206, 209; Cima 1981, schede C01/15CA, C02/15CA e F04/15CA; Cima 2025a, pp. 104-106; Cima 1987, p. 54
Il manico è una leva
Cima chiama «maglio a testa d'asino» o «martinetto» il maglio mosso dall'acqua, una macchina che si afferma fra il XII e il XIV secolo e resta in uso per molti secoli. Nella forma più antica, il maglio terminale, l'incastellatura ha due pesanti montanti di pietra, più di rado di legno, piantati nel terreno e uniti da due coppie di traverse.
Il manico è una leva di primo genere: il fulcro sta sull'incastellatura, il braccio corto dalla parte delle camme e sul braccio lungo è calzata la mazza. Il fulcro è la «boga», un collare di ferro con due coni contrapposti che poggia sui montanti in cuscinetti di metallo, più di recente di bronzo: a Castellaro la piastra di bronzo si chiama «sciolino». La boga sta a circa un terzo del manico dalla coda; in coda un dente, il «palmolino», incontra le camme dell'albero, dette «palmole». Alla fine dell'alzata il manico è scagliato contro un masso o una molla, che lo fa rimbalzare e rende più forte la caduta. Sotto la mazza c'è la «dema» o «dama», il grande blocco di pietra interrato che porta l'incudine, l'«azzarino»: è anche il principale irrigidimento di tutto il maglio.
Le misure cambiano da una fucina all'altra. Alla Canavet il manico è un tronco di castagno di 25 centimetri di diametro e circa 2,3 metri, la boga un anello d'acciaio di 30 centimetri e la mazza un blocco d'acciaio di circa 30 per 30 per 75 centimetri, dell'acciaieria Ceresa di Torino. Alla fucina Giovando, negli anni Trenta, la testa d'acciaio pesava circa 400 chili e il manico era un tronco di noce lungo circa 4 metri. Secondo Tylecote, citato da Cima, le mazze dei magli antichi pesavano circa 100 chili e quelle del Settecento arrivarono a 400 probabile.
In una leva di primo genere in equilibrio, forza per braccio è uguale da una parte e dall'altra del fulcro. Con il fulcro a un terzo dalla coda, il braccio della testa è circa il doppio di quello della coda: per alzare la testa la camma deve spingere giù la coda con una forza circa doppia del suo peso, ma basta uno spostamento della coda pari a metà dell'altezza a cui sale la testa.
Fonti: Cima 2024, pp. 177, 198, 204, 206, 210-211; Cima 2025a, pp. 103-105; Bussi 2026, p. 57; Cima 1987, p. 54; Cima 1981, schede C03/15CA, C04/15CA, U01/15CA e F02/15CA
Tre forme di maglio e la berta
Cima distingue, con i termini di Bertrand Gille, tre forme di maglio a testa d'asino: terminale, laterale e frontale. Il terminale è il più antico maglio battente mosso dall'acqua e con il laterale risulta già dalle fonti tardo-medievali; il frontale arriva più tardi. Il maglio laterale, di solito tutto di legno, è il maglio «alla tedesca» delle tavole di Agricola, con colpi poco potenti; il frontale ha le parti portanti di ghisa e una mazza pesantissima, ma in Canavese Cima non ne segnala nessuno.
La berta è un'altra macchina: un maglio a caduta libera. La mazza scorre fra due guide verticali e sale avvolgendo una cinghia di cuoio su una puleggia mossa dall'acqua, quando l'operaio preme con le leve un ruotino a frizione; ricade quando lo allenta. La berta forgia il pezzo dentro stampi a doppia valva d'acciaio cementato e temprato, con pochi colpi, sul massello al calore bianco, circa 1250 gradi.
Cima mette la diffusione delle berte alla fine dell'Ottocento, ma pubblica un disegno acquerellato del 1812 della ferriera dell'avvocato Signorelli a Cuorgnè, in località Loreto, con un grande maglio a caduta detto «Berta» alzato da una ruota idraulica incerto.
Fonti: Cima 2024, pp. 176, 194, 202, 205-207, 210, 214-216; Cima 2025a, p. 112
Regolare il colpo
Il maglio era guidato da un fucinatore esperto, seduto su uno sgabello basso, che con una leva vicino alla testa regolava la paratoia e quindi la frequenza dei colpi; un aiutante gli porgeva i pezzi. Bussi scrive invece che al maglio stavano in due, uno al pezzo e uno alla leva. Alla Canavet una valvola a cassetto di legno manda sulla ruota tutta l'acqua, parte di essa o niente: così dà ai magli la velocità massima, velocità intermedie o li ferma. A Castellaro una saracinesca in fondo alla gronda era mossa dal maglista con aste a pantografo.
L'atto di divisione dei Signorelli, nel 1716, lo dice con le parole del tempo: aperta l'acqua, i magli «si vedono batter forte e susseguentemente poco ... secondo che se gli impone maggior o minor acqua». Più acqua sulla ruota vuol dire più coppia e quindi più giri al minuto, cioè colpi più frequenti; meno acqua, colpi più radi.
Sulla punta della mazza si incastravano utensili d'acciaio intercambiabili per schiacciare, tagliare o punzonare probabile. Dare forma al ferro caldo al maglio con colpi successivi si chiama «scapolatura». Quanti colpi al minuto battesse un maglio delle valli le fonti lette non lo dicono: Cima non dà né i colpi né i giri delle ruote incerto.
Fonti: Cima 2025a, pp. 72, 74, 105; Bussi 2026, pp. 27, 59; Cima 1981, p. 126, scheda I05/15CA; Cima 2024, pp. 206, 210, 213
Intorno al maglio: tromba, forgia e mola
Il fuoco della forgia vuole aria. La tromba idroeolica è un tubo verticale alimentato dall'alto da un canale di gronda: l'acqua cade su una pietra dentro una botte immersa nel bacino di scarico, l'aria aspirata da fori inclinati nella parte alta del tubo si raccoglie in alto nella botte e va al fuoco per un portavento. Non ha parti in movimento. A Castellaro la maggiore ha due tubi di legno ricavati da tronchi alti 4,20 metri, con quattro «narici», e cade in una botte interrata di 180 centimetri di diametro.
Prima della tromba c'erano i mantici, che per dare un getto continuo si usavano in coppia; un mantice meccanizzato costava spesso più del forno. Sulla comparsa della tromba Cima dà date diverse, dalla fine del Cinquecento al Settecento; una tromba c'è già a Ponte d'Invrea, in Liguria, in un estimo del 1619 o del 1621 incerto.
La forgia della Canavet è una platea di mattoni refrattari su un basamento di pietra, per un fuoco di carbone di legna. La mola è mossa da una piccola ruota di legno per di sotto e una cinghia piatta di cuoio fra due pulegge ne raddoppia i giri. Il ciclo di una zappa mostra come tutto si lega: si taglia un pezzo dal massello al maglio, lo si scalda nella forgia fino all'arancio, circa 950 gradi, lo si sbozza al maglio e si ripete; poi si rifinisce all'incudine e alla mola e si tempra in acqua o in olio.
Nella tromba l'acqua che cade trascina con sé l'aria aspirata dai fori; nella botte l'aria si separa dall'acqua, che esce sotto il pelo dello scarico e la tiene chiusa, e trova come unica uscita il tubo verso il fuoco.
Fonti: Cima 2024, pp. 137, 217-218, 222-225; Cima 1987, pp. 54, 56; Cima 1981, pp. 174-176, schede I04/15CA, F03/15CA, M02/15CA e C05/15CA; Cima 2025a, pp. 100, 102
Dal maglio allo stampaggio
La struttura delle fucine è matura nel Cinquecento e fino all'Ottocento non arrivano macchine nuove: crescono solo le dimensioni, con salti d'acqua più alti, mozzi di pietra pesantissimi e ruote più grandi. Per Cima la Canavet ha continuato a produrre «come se la rivoluzione industriale fosse cosa di un altro continente». Cima lo spiega con la macchina stessa: con tre magli sullo stesso albero, la fucina poteva triplicare la produzione solo aggiungendo operai; per questo non si è mai rinnovata, fino a non reggere la concorrenza.
Nella valle del Gallenca il passaggio però c'è stato. Il mulino di San Colombano, il Ravetto, verso gli anni Venti del Novecento diventa con la famiglia Rolle una fucina meccanica ad acqua e poi un'officina di stampaggio a caldo degli acciai che usa lo stesso salto d'acqua. Così, prima del 1980, anche la fucina della Batassa a Prascorsano. La fucina di Uzane a Valperga, con un maglio a testa d'asino, nel 1875 passa ai Varzino, che la trasformano in un'officina meccanica ancora attiva nel 1980.
Lo stampaggio a caldo deforma il pezzo scaldato chiudendolo fra due stampi che ne hanno la forma, invece di modellarlo colpo dopo colpo come al maglio. La berta, che forgiava il massello al calore bianco dentro stampi a doppia valva, è il punto di contatto fra le due tecniche.
Nel 2013 la Regione chiama l'area fra Castellamonte, Cuorgnè, Rivarolo e Ciriè «il sistema dello stampaggio a caldo e parti per auto nel Canavese Occidentale», dove lo stampaggio a caldo dell'acciaio e le parti per auto restano i settori prevalenti. Che lo stampaggio di oggi discenda in parte dalle fucine dell'acqua è documentato solo per la valle del Gallenca; per le fucine dell'Orco un legame diretto non è documentato probabile. Non si sa nemmeno se nelle prime officine di stampaggio abbiano lavorato magnin o fucinatori delle valli, né quante siano oggi le imprese e gli addetti dello stampaggio: le fonti lette non lo dicono incerto.
Fonti: Cima 2024, pp. 192, 204-205, 214-215; Cima 1981, pp. 127, 167, 169-170, schede 08SC, 09PR e 03VA; Regione Piemonte 2013, p. 6; ISTAT 1971, p. 103
Per la classe
Proposta di calcolo. Alla fucina Giovando la testa pesava circa 400 chili, il manico era lungo circa 4 metri e il fulcro stava a circa un terzo del manico dalla coda. Trascurando il peso del manico, quale forza deve fare la camma sulla coda per tenere la testa sollevata? Se la testa deve salire di 30 centimetri, di quanto deve scendere la coda? Soluzione: i bracci misurano circa 1,33 e 2,67 metri, quindi la forza è circa il doppio del peso della testa, il peso di circa 800 chili; la coda scende di circa 15 centimetri. L'altezza di 30 centimetri è un'ipotesi della domanda: le fonti lette non danno l'altezza della caduta.
Seconda domanda. A Castellaro ogni corona porta quattro camme e dà quattro colpi a ogni giro dell'albero. Le fonti lette non dicono quanti giri al minuto facessero le ruote: scegliete un valore plausibile, calcolate i colpi al minuto e discutete come cambierebbero aprendo di più la paratoia. Terza domanda: che cosa succederebbe all'albero e alla ruota se tutte le camme di una batteria alzassero le teste nello stesso istante?
Fonti: Cima 1987, p. 54; Cima 2025a, pp. 104-105; Cima 1981, scheda C02/15CA
Fonti della pagina
- M. Cima, Archeologia e storia dell'industria di una valle, Firenze, All'insegna del Giglio, 1981 (testo e schede del 1980).
- M. Cima, «L'industrie dans le Canavais (Piémont) au milieu du XVIIIe siècle», Le Monde alpin et rhodanien 3-4/1987, pp. 41-65.
- M. Cima, Archeologia del ferro. Sistemi materiali e processi dalle origini alla Rivoluzione industriale, Torino, 2024 (edizione rivista, solo online, del libro del 1991).
- Cima 2025a: M. Cima, Archeologia del rame. Il caso del Canavese. Estrazione, metallurgia e sistemi produttivi, Torino, Nautilus - Museo Archeologico del Canavese, 2025 (seconda edizione, solo online, di Mastri ramai in terra canavesana, 1986).
- M. Bussi, Costruire nel costruito. Progetto per il recupero e restauro della Borgata Castellaro, tesi magistrale, Politecnico di Torino, relatore A. De Rossi, 2026.
- Regione Piemonte, DGR 23 dicembre 2013 n. 49-6967, Convenzione per la semplificazione amministrativa delle imprese del Canavese, BUR n. 5, 30 gennaio 2014.
- ISTAT, 5° censimento generale dell'industria e del commercio, 25 ottobre 1971, vol. II, dati per provincia e comune, fasc. 1, Torino.
